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lunedì 15 agosto 2011

ALIENI FORSE QUALCUNO C'E'........

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Alieni, forse qualcuno c'è di P.Greco

Ehi, c’è qualcuno là fuori?» Siamo la prima generazione, sostiene l’ultraottantenne astronomo americano Frank Drake, per cui questa domanda ha cessato di essere (solo) una questione filosofica o teologica e ha assunto un significato fisico. Cioè, verificabile. Ne abbiamo avuto l’attesa conferma lo scorso mese di maggio. A un tiro di schioppo da casa nostra, 20 anni luce o poco più da casa nostra, intorno alla stella Gliese 581, orbita un pianeta – battezzato, senza troppa fantasia, Gliese 581 d – che avrebbe fatto la gioia del Nolano, Giordano Bruno. Quello individuato dal team di Stéphane Udry, astronomo dell’Osservatorio di Ginevra, con HARPS (High Accuracy Radial velocity Planet Searcher), uno spettrografo montato sul telescopio da 3,6 metri dello European Southern Observatory di La Silla, in Cile, non è certo il primo pianeta extrasolare a essere scoperto. Anzi, dopo che Aleksander Wolszczan e Dale A. Frail hanno «catturato» il primo oggetto planetario fuori dal sistema solare, nel 1992, sono ormai centinaia i pianeti extrasolari di cui conosciamo con certezza l’esistenza. Al 2 agosto 2011, per la precisione, gli astronomi ne avevano confermato l’esistenza di 571. A questi dallo scorso febbraio bisogna aggiungere i 1235 pianeti che la missione spaziale Kepler ha individuato intorno a 997 stelle e di cui è attesa una conferma indipendente. Tuttavia la scoperta di Gliese 581 d avrebbe commosso fino alle lacrime Giordano Bruno per il semplice motivo che è il primo pianeta extrasolare «della stessa specie della Terra» di cui conosciamo con certezza l’esistenza. Ha una massa paragonabile al nostro pianeta. Orbita nella «zona abitabile» della sua stella: ovvero in una zona né troppo calda né troppo fredda in cui, proprio come sulla Terra, sarebbe possibile trovare acqua allo stato liquido. E infatti, secondo le ricostruzioni al computer di alcuni astronomi francesi rese pubbliche sempre lo scorso maggio, avrebbe un’atmosfera stabile e sulla sua superficie scorre acqua liquida. Gliese 581 d è per così dire il primo pianeta davvero «bruniano» che abbiamo scoperto fuori dal sistema solare, il giardino di casa nostra. Ora il Nolano era stato mandato al rogo a Campo de’ Fiori a Roma nell’anno 1600 anche perché aveva asserito che l’universo è popolato da «infiniti mondi» e che molti tra questo mondi sono «della stessa specie della Terra». E dunque, proprio come la Terra, abitabili (e abitati) da essere intelligenti. Il pianeta Gliese 581 d è la prova provata che fuori dal sistema solare esistono altri oggetti «della stessa specie della Terra».... A questo aggiungete il fatto che sulla base di inferenze statistiche elaborata dai dati della missione Kepler indicano che nella nostra galassia esistono almeno 50 miliardi di pianeti che orbitano intorno a una stella, di cui centinaia di milioni almeno «della stessa specie della Terra» e orbitanti nella «zona abitabile», che almeno il 10% delle stelle simili al Sole hanno un sistema planetario, che sono stati trovati anche pianeti di origine extragalattica e capirete che gli ultimi vent’anni di ricerca in astronomia hanno segnato il trionfo di Giordano Bruno. Ma, l’osservazione diretta, ha dato solidità scientifica anche alla proposta avanzata, mezzo secolo fa, da Frank Drake, allora giovane astronomo: mettiamoci alla ricerca di Eti, delle intelligenze extra-terrestri. La proposta fu appoggiata anche da fisici di grande prestigio, come l’americano Philip Morrison e l’italiano Giuseppe Cocconi, che in un articolo pubblicato il 19 settembre 1959 sulla rivista Nature indicarono anche cosa (onde radio della lunghezza d’onda dell’idrogeno) e come cercare, per mezzo dei radiotelescopi. Ebbe così inizio Seti, la ricerca di intelligenze extra-terrestri. Da allora un numero crescente di astronomi professionisti, di astrofili e persino di persone senza particolari competenze si è messo all’ascolto della voce di Eti. La ricerca si basa su un presupposto. Anzi su un principio, quello di mediocrità, bene espresso già nel IV secolo avanti Cristo da Metrodoro di Chio, discepolo di Democrito ed esponente illustre della corrente degli atomisti: «Non è possibile che vi sia un solo mondo abitato, nell'universo infinito». Il principio secondo cui la Terra non ha nulla di speciale è stato poi ripreso nel I secolo dopo Cristo da Lucrezio, che con Dante può essere considerato il più grande «poeta della scienza». «Occorre tu ammetta/ che esistono altri mondi in altre parti dello spazio,/ e diverse razze di uomini e stirpi di animali», recitano alcuni versi del suo De rerum natura. È questo principio che viene riproposto e affinato da Giordano Bruno quando della necessità che l’universo sia popolato da infiniti mondi della stessa specie della Terra». Ed è questo principio che viene distillato da Frank Drake in un’equazione: la formula della probabilità che esistano nella nostra galassia, non solo in esseri extra-terrestri dotati di intelligenza, ma civiltà aliene abbastanza sviluppate da poter comunicare a distanza con noi. Il numero di civiltà sviluppate con cui poter comunicare, sostiene Drake, è dato dal numero di pianeti in cui la vita, come la conosciamo, si può sviluppare. Con la scoperta di Gliese 581 d oggi sappiamo che questo numero nella nostra galassia, la Via Lattea, non è pari a zero, ma anzi deve essere piuttosto alto. Potrebbero essere centinaia di milioni. E allora perché non ci siamo ancora imbattuti in Et? La conferma che esitano tanti pianeti nella galassia e che ve ne siano molti simili a Gliese 581 d certo fa aumentare la probabilità che ci siano civiltà extraterrestri. Ma non ce ne fornisce la certezza. Non è detto, infatti, che su tutti i pianeti su cui può nascere la vita, essa nasca effettivamente. Un grande biologo come Jacques Monod era così certo dell’estrema improbabilità dell’evento da scrivere nel suo Il caso e la necessità: «Ora sappiamo di essere soli nell’immenistà indifferente del cosmo». Altri biologi sono meno scettici. Ma, in ogni caso, non è detto che la vita, una volta che sia stata originata evolva verso forme intelligenti. Non è detto che, ove anche queste intelligenze si producano, diano vita a civiltà tecnologicamente avanzate. E non è detto che, se anche esistano in questo momento, possano e vogliano comunicare con noi. E, infine, non è detto che noi comprendiamo il loro linguaggio. Può darsi che qualcuno là fuori stia gridando e noi non lo sentiamo. Insomma da cinquant’anni con Seti abbiamo dato dignità scientifica alla domanda: «Ehi, c’è qualcuno là fuori?». Finora non abbiamo ottenuto risposta. Non sappiamo perché. Però ora sappiamo che ci sono effettivamente molte porte che potrebbero, un giorno, aprirsi. È anche per questo, forse, che la ricerca di Eti è uscita fuori dagli osservatori astronomici ed è diventata (anche) una forma di «scienza partecipata». Migliaia di persone in tutto il mondo hanno messo a disposizione il proprio computer per creare un grande «supercomputer» in grado di analizzare in tempi sempre più veloci l’infinità di dati raccolti dai radiotelescopi e cercare di capire se il rumore di fondo nasconda un qualche flebile messaggio. Lo sviluppo della ricerca di pianeti extrasolari, con i suoi indubbi successi, ha dunque ridato obiettivamente forza alla ricerca di Eti. E ci aspetteremmo che questa ricerca venga potenziata, anche nei siti canonici: gli osservatori astronomici. Ma il mondo dell’unico essere intelligente e tecnologicamente avanzato che conosciamo, quello umano, è pieno di contraddizioni, di incongruenze, di irragionevolezze. Per cui proprio mentre alcuni astronomi annunciavano la scoperta di un pianeta della «stessa specie della Terra» a un tiro di schioppo da casa nostra, ovvero a una distanza che avrebbe consentito a un messaggio lanciato all’inizio di Seti, cinquant’anni fa, di raggiungere il possibile obiettivo e di ritornare a noi fornito di risposta – eh, sì, la comunicazione tra civiltà aliene nella nostra galassia non può che avvenire nei tempi lunghi, essendo limitata dalla velocità della luce (e delle onde radio) che non può superare i 300.000 chilometri al secondo – lo scorso mese di aprile la University of California a Berkeley ha annunciato la chiusura per motivi di bilancio dell’Hat Creek Radio Observatory, il più grande strumento che l’umanità a messo a servizio della ricerca di intelligenze extra-terrestri. La notizia, ripresa e negativamente commentata anche da Nature, sembra segnare la fine virtuale di Seti. In realtà, come rileva Mitchell Waldrop, quello che termina è la componente di «big science» di Seti. La ricerca realizzata da grandi gruppi con grandi strumenti. Una rete estesa di bocche più piccole ma di braccio meno corto continuerà a gridare: «Ehi, c’è qualcuno là fuori?». E una rete estesa di orecchie collegate via internet continuerà a tendersi e ad ascoltare, nella convinzione bruniana che prima o poi da uno degli «infiniti mondi» della «stessa specie della Terra» arriverà la risposta: «Sì, amico, ci siamo noi». Link
 

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